Tutta colpa di Voltaire

Cinema

Francia, 2000
Durata: 131'
Genere: Drammatico
Regia: Abdel Kechiche
Cast: Sami Bouajila, Elodie Bouchez, Aure Atika, Bruno Lochet, Virginie Darmon, Olivier Loustau

A Tunisi Jallel, 27 anni, cerca di sbarcare il lunario vendendo robaccia a poco prezzo ai malcapitati passanti. Una mattina incontra Mahmoud, appena espulso dalla Germania, che gli propone di emigrare in Francia. A Parigi fa la conoscenza con i clandestini e gli esclusi mentre i suoi sogni di fortuna si infrangono.

Il viaggio di Jallel tra i diseredati e gli emarginati di una Parigi insieme caotica e vitale, crudele e sincera, non è il solito percorso di formazione del giovane che diventa grande, né l'indigesto spaccato sociologico-politico sulla condizione dei "moderni" immigrati ...è un gioioso-giocoso ritratto dell'ars vivendi di un clandestino che, nella sua individualità e unicità, parla per tutti, parla a tutti...
"Basta con i film lacrimevoli sulla massa dei sans papier! Non esistono immigrati clandestini. Ci sono solo degli uomini, delle donne, degli esseri umani che vorrebbero una vita migliore e per questo sfruttano un loro diritto fondamentale, quello di circolare liberamente"- rivela l'attore, sceneggiatore, e ora anche promettente regista Abdel Kechiche.
Il suo dunque, nell'accezione corrente del termine, non è affatto un film corale e, se i personaggi che animano le scene "rumorose e impressionistiche" (in realtà meglio la prima parte che non la seconda) di questo ricco quadro en plein air sono tanti e tutti diversi, lo sguardo vibrante del regista non è mai sommario e superficiale: Kechiche non scivola su ambienti e personaggi, ma vi rimane piuttosto impantanato, invischiato, intrappolato fino quasi all'estenuazione delle scene d'amore troppo lente, di quelle "quotidiane" troppo particolareggiate, di quelle "sociali" troppo enfatizzate.
Tutta colpa di Voltaire narra la solidarietà che unisce il buon Franck all'ingenuo Jallel (non a caso sarà lui a prestare all'amico malato la propria tessera sanitaria), l'altruismo che lega Barbara agli inquilini del suo ostello (è lei ad organizzare il combattuto torneo di bocce con tanto di premi per i vincitori), la sincera attrazione che congiunge spiritualmente e fisicamente due anime "senza pelle" come Jallel e Lucie (una straordinaria Eloidie Bouchez nel difficile ruolo di una disturbata mentale che grazie all'amore e all'affetto conosciuti fuori dalle mura della casa di cure dov'era rinchiusa, si apre ora al mondo con ritrovata fiducia e speranza forse perché, come dice lo scrittore bosniaco Dzevad Karahsan "La prova della tua esistenza non sta nel fatto che tu pensi,come pensava un signore molto intelligente. La prova che esisti veramente te la dà il fatto che qualcun altro pensa a te").
È l'ottimismo e la voglia di vivere sopra un abbandono difficile da accettare (il primo tempo, strutturalmente più serrato e ben ritmato del secondo, è incentrato sul rapporto tra il protagonista e la bella e sfortunata Nassera, fuggita all'improvvioso senza dare spiegazioni); sopra la fatica del vendere frutta nella stazione della metro o rose nei bar di Parigi (eppure -"Vendere rose è più bello perché posso lavorare e camminare contemporaneamente"- confessa candidamente Jallel all'amico Franck , sottolineando ancora l'esigenza di spazio e movimento propria degli spiriti liberi e intelligentemente curiosi); sopra l'incomunicabilità e la vergogna di una condizione ingiusta e disumana (le scene che ritraggono i comportamenti e gli atteggiamenti di Lucie dentro e fuori la casa di cura sono certamente l'aspetto più inquietante e incisivo dell'intera pellicola giocata come si è detto su toni ben più spensierati e ottimisti).

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