Tutto il bene del mondo

Cinema

Serate in forma di Cinema

Argentina, 2004
Titolo originale: Un mundo menos peor
Genere: Drammatico
Durata: 90'
Regia: Alejandro Agresti
Cast: Ulises Dumont, Julieta Cardinali, Monica Galan, Carlos Roffe

Una donna scopre che suo marito, che credeva morto da più di vent'anni, vive in un piccolo paese nel sud dell'Argentina. Viaggia fino a lì con sua figlia, che non ha mai conosciuto il padre. Insieme, cercheranno di fargli ritornare la memoria e di offrirgli una famiglia.

Candido, sì, ma come il protagonista del testo omonimo di Voltaire.
Candido e malinconico, il nostro Agresti, nel proiettarsi, insieme ai suoi personaggi alla deriva, in un orticello che ha i colori spenti del mare d’inverno (o comunque fuori stagione) di Mar de Ajó, landa temporaneamente priva di villeggianti a qualche ora di corriera da Buenos Aires.
Mar de Ajó, apparizione non troppo diversa da quella di Costantinopoli, in cui l’invenzione letteraria del grande illuminista francese poneva fine alle affannose peregrinazioni di Candido, dell’amata Cunegonda, del precettore Pangloss, tutte storie ebbre ormai di dispiaceri e bisognose di un approdo, di un posto dove leccarsi silenziosamente le ferite, avesse anche le dimensioni ridotte del proverbiale orticello.
L’inventiva cinematografica di Alejandro Agresti, regista argentino eccezionalmente prolifico, non ama invece mostrarci gli affanni, le disavventure, le vessazioni, se non di riflesso e nella loro fase terminale. Piuttosto, preferisce mostrarci in primo piano quell’orticello, le difficoltà del reincontrarsi dopo tanti anni, del riconoscersi, dell’accettare che una parte consistente della propria vita sia stata travolta dall’esplodere, violento, di ingiustizie sociali e conflitti ideologici.
La guerra, quella che lo stesso Voltaire definiva "eroico macello" è qui un ricordo sfumato, lontano, ma non per questo meno doloroso; ed è una guerra particolarmente sporca, trattandosi di quella dichiarata diversi anni prima dai militari al potere in Argentina contro le utopie, i sogni di una generazione, ma soprattutto contro coloro che incarnavano tutto ciò: quei desaparecidos, per la maggior parte assai giovani, inghiottiti dal carnaio della Storia; e con loro quelli che sono tornati, ma non hanno più potuto essere gli stessi. Come è accaduto al "Cholo" (Carlos Roffé), che dopo essere stato separato a forza dalla propria compagna, ha finito col subire in prigionia, per opera degli aguzzini del regime, violenze tali da indurlo a ricostruirsi una vita in solitudine nell’eremo di Mar de Ajó.
Ma siamo sempre nel fuori campo del ricordo, di ciò che viene per lo più enunciato attraverso i dialoghi; parole in cui riecheggiano di tanto in tanto, come un rombo lontano, altre sinistre pagine di storia strettamente correlate alle precedenti, nel caso della guerra delle Falklands, o anche più distanti nel tempo, ed è questo il caso di quelle vecchie lettere scovate da uno dei protagonisti in un cassetto, e scritte da due innamorati a loro volta divisi, in un’altra epoca infausta, dagli orrori della Seconda Guerra mondiale.
Ma questo è sempre e solo l’humus dove germogliano le radici più robuste del racconto di Agresti. Radici che poi così robuste non appaiono, naufragando spesso in quell’ottica minimalista che ne condiziona in qualche modo lo sviluppo. In Un mundo menos peor assistiamo infatti ad una utopia residua, alla rincorsa del miraggio di quel famoso orticello, possibile ispirazione del breve ma intenso viaggio intrapreso dalla compagna del Cholo, Isabel (Monica Galan), insieme alle due figlie, avute una dallo stesso Cholo e l’altra da una storia più recente, ma meno importante. Il desiderio è quello di ricongiungersi con l’uomo che fino ad allora si credeva morto, portato però ad accogliere quella visita inaspettata con la paura di chi crede di non poter vivere altrove che in un "limbo", in una dimensione di oblio creata a sua misura. Il Cholo di fronte a loro sembra (fa finta di) non ricordare, si nasconde, tenta di difendersi dietro le piccole stravaganze attribuitegli dalla gente del posto, per non doversi confrontare seriamente con il ritorno degli affetti di una vita ormai lontana, stravolta.
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